Filippo P. colpevole per definizione?

È la sera del 5 aprile 1910, la Pasqua è passata ormai da una settimana ma Siena è sotto una pioggia torrenziale. Sono le 22 e 15 e un uomo traversa Piazza Umberto 1° (attuale Piazza della Posta) camminando verso la Lizza. È il dottor Antonio Pisaneschi, psichiatra al San Niccolò, conosciuto e stimato professionista, ben inserito nella vita sociale cittadina anche per il fatto di essere consigliere comunale. Si sta recando, come fa spesso da un po’ di giorni, a casa del prof. Funaioli (Direttore del Manicomio fino a tre anni prima e docente universitario di Psichiatria presso il locale Ateneo) che abita lì vicino, quando uno sconosciuto lo aggredisce alle spalle e gli vibra una coltellata che lo colpisce sopra il fianco destro. Il medico non si rende subito conto di quello che è successo e non fa a tempo a riconoscere chi lo ha aggredito, ma quando si tocca il fianco vi trova conficcato il coltello che lo ha ferito. Prova a inseguire l’aggressore, poi le forze cedono, chiama aiuto e viene soccorso. Portato all’Ospedale viene operato d’urgenza per rimediare alla lacerazione peritoneale che la lama ha provocato, infilandosi per otto centimetri tra rene e fegato. Il Pisaneschi sostiene che l’aggressore aveva un mantello nero e con la sinistra reggeva un ombrello che oltre alla funzione di ripararlo dalla pioggia assolveva anche quella di nascondergli il volto, per cui non ha potuto vederlo e riconoscerlo.

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La storia dei cappellai matti

Questa settimana invece della consueta storia vorrei proporre ai lettori una digressione.

Preparando il materiale di corredo alla storia di Adolfo Bencini mi sono imbattuto in una foto che mi ha molto “intrigato”, quella di una specie di cappellaio matto. Mi è così piaciuta che l’ho inserita nella storia anche se, forse, non c’entrava molto. Per capire il perché di questa attrazione “fatale” ho cercato di conoscere di più, attraverso un po’ di ricerche, di quel ritratto e mi sono imbattuto in una serie di cose che non sapevo e che vorrei proporvi perché credo che abbiano un loro interesse.

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un cappellaio matto

Sono partito da Lewis Carroll (che scriveva sotto pseudonimo, chiamandosi in realtà Charles Dodgson, 1832 – 1898), l’autore di “Adventures in Wonderland” ovvero “Alice nel paese delle meraviglie”. Si tratta di un personaggio poliedrico: scrittore, fotografo, matematico e logico nonché sacerdote, la sua fama non è priva di ombre, si è infatti spesso trascinato dietro l’accusa di pedofilia.

Ma il suo testo insieme al seguito (“Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”) sono capolavori assoluti, così ricchi di personaggi e di tante implicazioni che è difficile riuscire a coglierle tutte. I personaggi sono naturalmente di fantasia ma quasi tutti nascondono agganci segreti con protagonisti di quel tempo in un rincorrersi di ipotesi e di somiglianze.

Uno dei personaggi più simpatici è appunto quello che lui chiama semplicemente “il Cappellaio” o a volte “Hatta” dalla storpiatura della parola inglese hatter, cappellaio, anche se poi è per tutti diventato “il Cappellaio Matto”. La sua pazzia si esplica soprattutto nell’ammazzare, nell’ingannare il tempo, per cui celebra a tutte le ore l’ora del tè, oppure festeggia il suo non compleanno, inoltre colleziona orologi che sono spesso senza lancette e segnano solo il giorno e l’anno. È attraverso di lui che Carroll propone un indovinello a cui non dette mai risposta: “che differenza c’è tra un corvo ed uno scrittoio?”. Rappresenta una sorta di ribellione, quasi una liberazione, dalla rigida scansione del tempo che era presente nella società britannica di quel tempo. Del resto tutto il libro è in tal senso una continua trasgressione all’insegna di una vena di pazzia benefica e liberatoria.

L’iconografia ce lo rappresenta come un signore mingherlino con un cappello a tuba alto quasi quanto lui, a cui di solito è appeso un orologio e che porta una strana etichetta: 10/6 (che non è una taglia ma semplicemente il prezzo del cappello, 10 scellini e 6 pence) e che rimane uno dei simboli più conosciuti del libro (qualcuno disse che la sua faccia ricordava quella niente meno che di Disraeli). Inoltre sappiamo che il nome con cui lo conosciamo deriva in realtà da un’espressione molto in voga a quei tempi che recitava così: sei matto come un cappellaio, che lo stesso Lewis Carroll usa spesso nel libro quando dice che per vivere in un posto come il Paese delle Meraviglie, dove Alice si ritrova, bisogna essere matti come un cappellaio.

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illustrazione di John Tenniel

Ma insomma perché mai i fabbricanti di cappelli soffrivano spesso di disturbi psichici?

L’industria dei cappelli, in quegli anni fiorente in Inghilterra, utilizzava per il trattamento dei feltri una grande quantità di mercurio. Il mercurio era usato, tra il 1750 circa e il 1850, per la lavorazione del tessuto e del feltro. In particolare, le pelli necessarie per alcune parti dei cappelli, venivano immerse in una soluzione arancione contenente nitrato di mercurio. Questa sostanza era adoperata per dare al cappello un particolare tipo di durezza del tessuto ed impermeabilità. Poiché spesso i cappellai provavano sulla loro stessa testa i cappelli che fabbricavano senza che questi fossero ancora stati incerati e foderati di raso e seta (che dovevano proteggere sia il cappello che la testa dell’indossatore), il mercurio depositato nella stoffa entrava spesso a contatto coi capelli del cappellaio. Il mercurio era il principale responsabile della stravagante colorazione aranciata della chioma dei cappellai, che rasentava la fosforescenza, proprio a causa della nocività del mercurio. Oltre a questo strano colore, l’avvelenamento minimo ma prolungato da mercurio generava anche diversi scompensi psichici, causando un alternarsi continuo di umori, in una malattia indotta simile al bipolarismo: chiamata proprio Sindrome del Cappellaio o, in inglese, Mad-Hatter Disease.

Chi ha visto il film di Tim Burton “Alice in Wonderland” in cui John Depp interpreta quel personaggio potrà adesso apprezzare la ricostruzione filologicamente impeccabile del regista che lo rappresenta con i capelli arancioni, strane macchie intorno agli occhi e l’aria stralunata. Tutte cose che accadevano veramente ai poveri cappellai che spesso, per tutto ciò, erano sbattuti in manicomio fino alla fine dei loro giorni. Purtroppo per loro ancora nessuno conosceva la nocività dei metalli pesanti e le malattie professionali, quindi nessuno legò il loro mestiere con i loro disturbi. Quei poveretti erano matti e basta.

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il cappellaio matto di John Depp

Venendo, per finire, alla foto da cui sono partito, mi pare che la rappresentazione sia aderente: grande cappello, sguardo un po’ perso dietro gli occhialetti, un fiocco spropositato che gli conferisce un’aria fiabesca.  Le mie ricerche non mi hanno permesso di stabilire se quella è una foto proveniente veramente da un manicomio o se è solo un travestimento ben riuscito.

Con la speranza di non essere stato noioso vi do appuntamento alla prossima domenica con un’altra storia, questa volta più nostrale, del San Niccolò.

Adolfo Bencini: un precursore dei nostri tempi?

La storia che voglio raccontare oggi porta al centro una domanda che tutti gli psichiatri, anche quelli che, come me, non si sono mai cimentati nel campo delle perizie medico legali, si sono sentiti prima o poi rivolgere. La formulo nel linguaggio magari un po’ rozzo ma chiaro della gente comune: “dottore, ma questo (paziente) c’è o ci fa?”. Una domanda cui non sempre è facile rispondere in maniera netta con un no od un sì e che per questo a volte ci mette in imbarazzo, allora come adesso.

È infatti la storia di un ricovero in manicomio fatto per permettere l’effettuazione di una perizia per un soggetto che proviene dal carcere e che bisogna decidere se deve tornarci o se deve rimanere a curarsi al San Niccolò. È anche un modo per conoscere, oltre naturalmente Adolfo Bencini (è questo il nome del paziente) anche il pensiero dei due periti, entrambi nomi noti a Siena, ma non solo: Antonio D’Ormea, colui che più di ogni altro ha tenuto la direzione del San Niccolò (ben 43 anni) e Onofrio Fragnito che fu anche Rettore dell’Università di Siena (dal 1921 al 1924) e diventò poi un vero luminare della scienza neuropsichiatrica italiana.

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i direttori del San Niccolò

Citerò alcuni brani della lunga perizia a firma comune che rappresentano pagine di una scrittura chiara e lineare che giunge a dare a quella domanda una risposta netta. Emerge una visione della mente che adesso può sembrare semplicistica e che pare ignorare i contributi, per esempio, della psicoanalisi ma che ha una sua forte coerenza interna.

Ma partiamo dall’inizio.

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La cordata dei Bemporad

Nell’agosto del 1909 si ricovera alle Ville di Salute del San Niccolò il cavaliere professor Nicodemo Bemporad.

È a suo modo un personaggio, componente di una famiglia che ha spesso manifestato attitudini scientifiche. Nicodemo, infatti, dopo essersi laureato nel 1863 alla Normale di Pisa in Scienze, è diventato professore di Matematica e dopo aver insegnato in giro per l’Italia, prima a Ferrara poi ad Ascoli, si è infine stabilito a Siena dove ricopre la cattedra di matematica presso il Regio Liceo. Lega il suo nome ad un testo di insegnamento sulla geometria dal titolo: “Elementi geometrici di Euclide messi sotto altra forma con varie aggiunte, e proposti agli studenti delle scuole secondarie” (in quattro volumi) che viene spesso ricordato anche dai successori e per il quale riceve regolari diritti d’autore. Ma nella stessa famiglia, anche se in generazioni successive a quella di Nicodemo, altri dimostreranno ingegno matematico, Giulio e Azeglio saranno due importanti astronomi, uno dirigerà l’Osservatorio di Capodimonte e l’altro quello di Catania. Le loro biografie con i relativi curriculum sono presenti anche nell’Enciclopedia Treccani.

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Modesta e la sindrome di Stoccolma

Molti sono stati i modi di “attraversare” l’esperienza di un ricovero in manicomio. La maggioranza è stata forse caratterizzata da un’iniziale ribellione che è poi lentamente sfumata in una passività devastata dal tempo. Forse era questo il risultato che l’istituzione cercava: rendere docili e mansueti coloro che prima non lo erano, normalizzare le idee stravaganti rendendole quelle “normali” della maggioranza, correggere gli stati emotivi eccessivi e fuori dalle righe.

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Maria ed il Principe di Napoli

Scrivere (e leggere) le storie del San Niccolò vuol dire provare tristezza e pena, per chi possiede ancora quella cosa che si chiama umanità. Qualche volta può voler dire provare senso di colpa. A me è successo partendo dalla semplice domanda: perché a lui e non a me? Ci sono naturalmente tante spiegazioni di vario tipo che ci fanno capire alcuni di quei perché, ma non leniscono mai del tutto l’idea di un destino che si è accanito contro qualcuno. Ormai non possiamo più fare nulla per questa moltitudine silenziosa e passata. Però ci possiamo almeno impegnare a far sì che la loro memoria non si perda del tutto. Se questo è il senso di questo raccontare, allora è stato naturale aver raccolto reazioni di commozione e di partecipazione addolorata. Raccontando le vicende degli ultimi e le loro vite disgraziate, spesso concluse con la morte in manicomio, lontani e scordati da tutti, anche dai familiari più stretti, non ci si poteva aspettare nulla di diverso.

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Giuseppa e le finestre

Non mi era mai capitato di riflettere sul significato psicologico di un manufatto d’uso comune come una finestra. Eppure, quando qualcosa mi ha costretto a farlo, mi sono reso conto delle implicazioni notevoli che tale oggetto ha e di come, a seconda di chi la usi, metta quasi in luce opposte visioni del mondo.

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